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Ma quanta gente!

Abbiamo salutato la nostra Lallona e ci aspettano ora 4 giorni a New York prima di rientrare alla base. Decidiamo di viaggiare “the american Way” e prendiamo un leggendario bus Grayhound a Norfolk, direzione New York City. 

Andy ci accompagna alla stazione e ci servono solo pochi passi per ritrovarci dentro un film americano.  I nostri compagni di viaggio sono quasi esclusivamente persone di colore, dalla mamma con bambino, al ragazzetto che sembra un rapper, fino alla donna incinta che scappa dal marito che la picchia. 

Stazione dei bus di Norfolk

La notte passa con il russare dei vicini e la puzza di piedi, e il giorno dopo ci ritroviamo in una New York affollata (ma quanta gente c’è?), maleodorante e rumorosa. Sembriamo dei disadattati, sballottati da una parte all’altra con 4 valigie al seguito. Dentro c’è il contenuto, accuratamente selezionato, di 12 mesi di viaggio. Dopo pochi metri veniamo adescati da una ragazza che ci blocca per 30 minuti nel tentativo di venderci un abbonamento per i bus Hop on Off al modico prezzo di 400 dollari. Un affare! Non riusciamo a dirle di no, ci sembra brutto, e poi lei insiste troppo! Troviamo coraggio e la salutiamo promettendo di pensarci.

Ma dietro l’angolo c’è la cinese vestita da Topolino che vuole fare una foto con le bimbe. Giuseppe sorride, mette le bambine in posa. Io subito intervengo “Giuseppe la devi pagare la cinese per fare la foto”. Giuseppe mi guarda incredulo “Ma cosa dici?”. Dobbiamo rifarci la corazza, velocemente. Altrimenti non sopravviviamo 5 giorni agli squali urbani. 

Con una app trovo un posto dove lasciare i nostri bagagli per poche ore: è uno studio che disegna guanti, quelli di raso eleganti, alla Audrey Hepburn. Le cose non devono andare molto bene se decidono di arrotondare come deposito bagagli…

Liberi dai bagagli decidiamo di fare il tour classico, tanto ormai siamo nel cuore di Manhattan. “Times Square è il posto più affollato del mondo?” mi fermo a pensare, mentre guardo un nutrito gruppo di persone spalmate sul marciapiede a fare la loro lezione di yoga ed a cercare la pace interiore in quel caos. Poi un negozio della Levi’s, con il suo 50% di sconto, ci trascina nella società del consumismo, che credevamo aver superato abilmente. Noi, anime pure a cui basta un tramonto per sentirci appagati, che rifuggiamo dallo shopping e dalla moda, usciamo da quel posto con delle buste cariche di vestiti, mentre ci domandiamo come faremo a stipare tutto nelle nostre quattro valigie già in procinto di esplodere. 

Poi c’è il Rockfeller Center, con il suo lusso sfrenato e la quinta strada, che divide tutte le altre strade di Manhattan in East-West (tranne Broadway, che arriva fino a Brooklyn). La sera cerchiamo il nostro appartamento, a Brooklyn. La zona, prevalentemente ispanica, non è proprio delle migliori, ma l’appartamento è pulito e moderno e collegato molto bene. Poi noi ci siamo fatti l’abbonamento settimanale alla metro al modico prezzo di 33 dollari, quindi stiamo a posto…peccato che io mi perdo la tessera dopo neanche 24 ore! Immaginatevi solo la gioia del mio (ex) capitano che ha passato i rimanenti 4 giorni a spiegare ai funzionari della metropolitana che la sua amata mogliettina aveva perso la tessera! Che gioia la vita di città!

Il giorno dopo attacchiamo New York con l’High Line, bellissimo parco lineare sopraelevato costruito sui binari dismessi della ferrovia. Ma quanta gente! Da lì si possono ammirare il museo Whitney di Renzo Piano, un complesso residenziale disegnato da Zaha Hadid, il Chelsea Market, e per finire gli Hudson Yards ed il nuovissimo “The Vessel” la struttura a nido d’ape disegnata da Thomas Heatherwick, con rampe di scale che si incrociano creando 16 piani. The Vessel è il nome temporaneo della struttura, dato che l’architetto ha affidato la scelta del nome al web, tramite un sito dedicato. I social media invece l’hanno velocemente ribattezzato “the Shawarma” per la sua incredibile somiglianza al famoso kebab di strada. 

Il pomeriggio invece, dopo una veloce e toccante visita al ground zero, ci vediamo con mia cugina Emilia a Times Square. Facile trovarsi lì, tanto non c’è nessuno! Emilia l’ho incontrata ad Atene, all’inizio del viaggio, e la incontro alla fine del viaggio a New York. Chissà dove ci incontreremo la prossima volta, ci domandiamo mentre passeggiamo a Central Park! 

Il terzo giorno lo dedichiamo al Natural History Museum. Per Giuseppe è un must e le bimbe sono veramente eccitate all’idea di andare nel museo dove è stata girata “una notte al museo”. Alla fine l’esperienza è deludente, il museo è ancora di “vecchia concezione”, con copie di animali e pochi elementi interattivi. Giuseppe e Sofia passano ore a fare la fila (ma quanta gente!) per la realtà virtuale con i dinosauri che dura forse due minuti scarsi. Ma dico, non era meglio l’Oculus di Peppe? Io invece rimango allibita dalla quasi totale assenza di ogni riferimento al cambiamento climatico. Ciò che cambierà totalmente la nostra vita e quella dei nostri figli occupa, in uno dei musei di storia naturale più famosi al mondo,  un piccolo angolo della parte di geologia che parla dei cambiamenti climatici del nostro pianeta nel corso delle ere geologiche. E mi domando: perchè celebrare la biodiversità se poi non si fornisce alcuna informazione su ciò che sta distruggendo, con velocità disarmante, la biodiversità del nostro pianeta, e soprattutto non si dice nulla su come fare per contrastarla? 

Oltre al danno, la beffa: l’aria condizionata è talmente alta che siamo costretti a mettere le giacche!

Dopo il museo ed un veloce giro a Central Park decidiamo di andare sul rooftop bar consigliatoci dalla figlia di mia cugina per goderci la vista di Manhattan al tramonto. All’ingresso del bar però, l’amara sorpresa: i minorenni non possono entrare. Quindi, dato che non è il caso di abbandonare per strada Sofia e Sara, ce ne torniamo mesti a casa; diciamo che non è stata una giornata molto produttiva!

Il quarto giorno partiamo alla volta del ponte di Brooklyn che ci regala degli splendidi panorami sullo skyline di New York. Ma quanta gente!

Poi facciamo un tour di Wall Street giusto per ricordarci che siamo nel cuore del capitalismo mondiale e per toccare le “palline del toro”, non sia mai che la fortuna, i desideri ed i sogni… smettano di realizzarsi! 

Ci manca lei, la lady di New York! E quindi seguiamo il suggerimento del nostro amico Gigio e prendiamo il ferry gratuito che porta a Staten Island. Sul battello (ma quanta gente!) vediamo in lontananza la donna di ferro degli Stati Uniti. “Com’è piccola!” Esclamano Sofia e Sara. 

Il pomeriggio andiamo a vedere il Guggenheim Museum (il MOMA, prima che ve lo domandiate, era chiuso per restauro…) e mi diverto a spiegare ad una interessatissima Sara vari capolavori di arte contemporanea. C’è una mostra bellissima dal titolo “NON Brand”, su opere giovani e minori di artisti molto affermati in cui si può cercare, con difficoltà, di riconoscere un tratto caratteristico o un trademark che diverrà poi dominante. Proprio quel tratto, quella ricerca iniziale, ancora acerba, è libera, piena di infinite possibilità. Affascinante l’idea delle mille possibilità. Ne riparlerò un’altra volta, tra breve.

La mattina della nostra “teorica” partenza andiamo a visitare il Metropolitan Museum. Troppo poche ore a disposizione per tutta quella meraviglia! 

Rientriamo, prendiamo i bagagli e ci dirigiamo verso l’aeroporto, ancora ignari del fatto che dovremo aspettare ancora 30 ore prima di imbarcarci sul nostro volo! 

Al gate infatti ci viene detto che il nostro aereo è in ritardo di…qualche ora. Non sanno ancora dirci quando partirà, ma ci daranno più informazioni alle 6 del mattino. Riprendiamo i bagagli e saliamo sul pulmino che ci porta all’hotel individuato dalla Norwegian Airlines. Lì facciamo amicizia con i nostri compagni di sventura e ci scambiamo consigli e tattiche. C’è chi riprenota il volo, chi cambia compagnia, chi, come noi, aspetta confidando nella buona sorte.

Alla fine, proprio mentre ci apprestiamo a passare la seconda notte lì, ci informano che si parte di lì a poche ore. Rifacciamo di corsa i bagagli e ritorniamo all’aeroporto! Questa volta si parte veramente, anche se non ci facciamo mancare altre 2 ore di ritardo all’ultimo minuto! Prima di prendere il volo chiamiamo la compagnia per sapere cosa ne è della nostra coincidenza per Berlino.

“Ci dispiace, ma il volo per Berlino è pieno. Ma potete andare a Oslo, e poi da lì c’é un volo per Berlino in serata!” Ok andiamo ad Oslo, pensiamo. Ma con il ritardo dell’ultimo momento arriviamo pochi minuti prima della partenza. Ci scapicolliamo al gate, ma arriviamo che è tutto deserto ed il gate è chiaramente chiuso. Corriamo allora allo sportello informativo della Norwegian Airlines che ci dice che forse c’è posto sul famoso volo per Berlino “Ah no, troppo tardi, dovete dormire qui e prendere il volo di domani”. Peppe però non demorde ed al telefono con la Norwegian riesce a rimediare un volo per Bergen con coincidenza per Berlino. Si Va a BERGEN (ma dov’è Bergen?).  Corriamo al gate per paura di arrivare tardi ma ce la facciamo, prendiamo il volo, la coincidenza e finalmente arriviamo a Berlino alle 22.00!

Ad attenderci c’è la mamma di un’amica di Sofia. Le sue amiche infatti si erano organizzate per venirci a trovare, con tanto di striscioni e palloncini. Con tutti i ritardi accumulati hanno dovuto però abbandonare a malincuore l’idea. Per non perdere completamente il lavoro fatto, la mamma è venuta lo stesso, in loro rappresentanza, con lo striscione di bentornati! 

Berlin, wir sind zurückgekommen! 

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