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Surfin’ USA

Dopo aver salutato i nostri amici alle Bahamas, intraprendiamo la nostra piccola traversata fino a Chesapeake bay. Ci siamo preparati, da giorni stiamo controllando il meteo per scegliere la finestra migliore. Il momento giusto sembra arrivato e il 6 giugno partiamo con Passat II dalle Berry Island.

Il primo giorno passa tranquillamente, molto motore e molto caldo. È forse la giornata più calda da quando siamo nei Caraibi! 

Con Passat rimaniamo vicini quel tanto che basta per non perderci di vista, ma ci diamo comunque due Waypoint (due punti sulla carta, individuati tramite latitudine e longitudine) da seguire. Siamo tutti molto curiosi di prendere questa leggendaria corrente del golfo, io me la immagino un fiume nel mare, come l’autostrada marina di Nemo, che trascina tutti i pesci ad una velocità incredibile. Invece la prendiamo piano piano, senza neanche accorgecene. La barca inizia ad andare più veloce, come se fosse spinta da una grossa mano invisibile.  Siamo a motore, c’è ancora poco vento, ma con 2000 giri facciamo facilmente 11 nodi!

Durante la notte perdiamo di vista Passat e perdiamo piano piano anche il collegamento radio. Non c’é problema, tanto abbiamo il primo waypoint. Mentre ci avviciniamo ci sorge però un dubbio… è proprio strano non vedere i nostri amici se sono diretti al nostro stesso waypoint. Ricontrolliamo nuovamente le coordinate e scopriamo che Giuseppe aveva inserito male la longitudine, allontanandoci di qualche miglio. Decidiamo quindi di fare rotta subito per il secondo waypoint, nella speranza di incontrarli lì. Ci sono dei groppi in agguato, e vediamo lampi in lontananza. I temporali sono il terrore di tutti in barca, non c’è nulla che puoi fare se ci capiti dentro, solo sperare di non essere colpito e di attraversare il più velocemente possibile la perturbazione. C’è pure un po’ di nebbia, e della pioggia. Cambiamo svariate volte la nostra rotta, per evitare i groppi carichi di fulmini che si formano intorno a noi. Dalla radio ci chiama una petroliera “Lallona, Lallona, dichiarate le vostre intenzioni!” Non sappiamo cosa rispondere, siamo solo cercando di sfuggire ai groppi e la petroliera non la vediamo neanche, sta a più di 7 miglia di distanza! Le dico di passarci a dritta e “Ciao Ciao, buona tempesta”.

Riusciamo miracolosamente ad evitare le zone temporalesche più “luminose”, ma c’è un vento a 35 nodi. Ritiriamo tutte le vele e andiamo a motore. Piano piano il vento scende e tiriamo fuori un pezzettino di fiocco, per questa volta e’ andata bene.

Il giorno passa tranquillo, andiamo piano perché temiamo che Passat stia dietro di noi.

La sera siamo quasi arrivati al secondo Waypoint, di Passat ancora non ci sono tracce, ma invece troviamo ad attenderci un bel groppo con lampi e nuvole minacciose. Le nuvole si stanno avvicinando e quindi cerchiamo di evitarle in tutti i modi. Passiamo le due ore successive a fare lo slalom tra i groppi, ma la perturbazione si chiude attorno a noi e decidiamo quindi di attraversarla, nel punto in cui vediamo meno lampi. L’acqua scende giù a secchiate. Le bimbe sono chiuse in barca, noi siamo fradici e aspettiamo solo che la situazione meteo migliori.

Verso le 21.30 superiamo la perturbazione e ci rimettiamo a navigare verso Beaufort con il solo fiocco, circondati ancora da lampi, questa volta più in lontananza. Ormai abbiamo perso la speranza di incontrare Passat e la nostra intenzione è quella di andare a Beaufort e controllare il meteo lì prima di proseguire verso la nostra destinazione finale.

Il mostro smoccioloso

A mezzanotte continuiamo a viaggiare molto veloci, con punte di 9,5 nodi. Alle 02.00 vediamo un nuovo groppo che arriva da ovest. Andiamo velocissimi per cercare di evitarlo ma dopo poco ci investe con tutta la sua violenza. Combattiamo con il groppo ed i relativi lampi fino alle 04.30. Il groppo famelico verrà rinominato il “mostro smoccioloso” a causa della forma bizzarra che aveva assunto sul radar. Mentre stiamo navigando in mezzo alla tempesta ci convinciamo di aver ritrovato Passat. C’è una barca accanto a noi, e viene segnata dal navigatore come una barca presente tra i nostri preferiti. Non può essere che Passat! Siamo in visibilio, son le 4 del mattino ed nel bel mezzo della tempesta abbiamo ritrovato Passat! La chiamiamo per radio ma nessuno ci risponde. Controllo allora il MMSI di Passat ed effettivamente non corrisponde con quello del barchino a poche miglia da noi. Delusi, riprendiamo il cammino. Alle 6.00 il cielo si è calmato ed iniziamo i turni di guardia dopo la notte insonne.

Mancano ormai poche miglia a Beaufort, dovremmo arrivare la mattina del giorno seguente. C’è un’altra notte che ci aspetta, una delle ultime che passeremo in mare aperto con Lallona in questa nostro anno. Un meraviglioso cielo stellato ci saluta e ci ricorda la bellezza della navigazione di notte, quando sei solo nei tuoi turni di guardia, e procedi nel nero con il solo rumore della barca che fende il mare.

Prima di entrare a Beaufort chiamiamo l’ufficio immigrazione. Ci dicono che abbiamo 24 ore per passare nei loro uffici e completare le procedure di immigrazione. Entriamo nel canale, dove svetta con orgoglio la bandiera americana. Il paesaggio è molto diverso da quello che abbiamo visto fino ad ora. Ci sono banchi di sabbia grigiastra che si alternano a strati erbosi. Il colore dell’acqua è marrone, decisamente poco invitante, ma ci sono dei bagnanti che nuotano. A riva dei cavalli selvaggi brucano l’erba, con le zampe immerse nell’acqua bassa. Ormeggiamo davanti alla cittadina, in un bacino d’acqua poco profondo, insieme ad una decina di barche.

Mentre sistemiamo la barca e ci prepariamo per andare all’ufficio immigrazione, sentiamo alla radio “Lallona Lallona von Passat II”! Sono loro! Sono a poche miglia di distanza da Beaufort e anche loro hanno deciso di fermarsi lì, dopo 4 notti di navigazione non proprio facile.

Prenotiamo un Uber e ci accoglie un simpatico americano, veterano di guerra. Ogni volta che prenderemo un Uber ci imbatteremo in un soldato in pensione, che arrotonda facendo l’autista. Ci spiegano che gli Stati Uniti si stanno preparando alla guerra contro l’Iran e che Trump sta finalmente facendo gli interessi degli americani.

Arrivati all’ufficio immigrazione l’ufficiale ci dice che non siamo regolari perché non abbiamo una VISA. Siamo entrati con la ESTA, è vero, ma non si può avere solo un’ESTA quando si conduce la propria imbarcazione nelle acque americane. L’errore è stato fatto a Puerto Rico, dove non dovevano farci entrare e darci il permesso di navigazione (Cruising Permit). Ormai siamo dentro, ci dice, e non ci chiederà i 500 dollari a testa di muta. Siamo stati fortunati, i nostri amici dovranno poi pagare la multa per ingresso “illegale”. Sul web tutti i velisti parlano di questa possibilità di evitare la visa tramite l’ESTA. Abbiamo imparato sulla nostra pelle che questa non è una soluzione.

Per giungere alla nostra destinazione finale ci mancano circa 200 miglia, ma dobbiamo attraversare il famoso Cape Hatteras, il capo più difficile degli Stati Uniti. La combinazione di banchi di sabbia in movimento, chiamati Diamond Shoals, la vicinanza a due forti correnti e una posizione geografica che attira sistemi di bassa pressione rendono il Capo alquanto insidioso. Inoltre la zona è disseminata di oltre 600 relitti di barche, che contribuiscono ad innervosire i naviganti che decidono di attraversare l’area. Molte barche infatti preferiscono prendere l’ Intracoastal Waterway, un canale navigabile della costa sud-orientale degli Stati Uniti lungo 4.800 km che si snoda fino alle coste del Golfo del Messico. Noi però con Lallona siamo troppo alti per i ponti che bisogna attraversare e peschiamo troppo per i bassi fondali di alcune zone del canale, quindi per noi non e’ un’opzione.

Siamo stanchi per le notti precedenti e non vogliamo assolutamente affrontare il capo con tempo incerto. Aspettiamo pazientemente qualche giorno in Beaufort per una finestra meteo migliore, che dovrebbe arrivare presto. Nel frattempo visitiamo la zona: l’unica attrattiva degna di nota, oltre alle bellissime case in legno in tipico stile coloniale, che ricordano un po’ i tempi di via col vento, è appunto il banco di sabbia, che regala delle conchiglie meravigliose a chi decide di visitarlo per una passeggiata.

Con Ellen e Andy siamo ormai affiatati e visitare la zona con loro, confrontarsi sui rispettivi programmi futuri e sulle aspettative di ognuno è un vero piacere, una coccola finale.

Dopo qualche giorno riprendiamo nuovamente il mare ed affrontiamo il Capo: la situazione è molto tranquilla ed alterniamo motore e vele. Dopo un giorno e una notte di navigazione entriamo nella baia di Chesapeake. L’ingresso è un pò difficoltoso perché è molto trafficato, ci sono navi portacontainer che passano in continuazione e ci chiedono la precedenza. Entriamo a Norfolk verso sera, siamo stanchi e vogliamo solamente ormeggiare. Decidiamo di fermarci proprio all’inizio della baia in una zona industriale che non ha nessuna attrattiva se non quella di essere vicina. Passat è davanti a noi e, proprio mentre ci chiama via radio per avvertirci che il fondale è basso, sentiamo Lallona che si ferma: abbiamo toccato il fondale! Dopo un mese di Bahamas dovevamo venire negli Stati Uniti per incagliarci! Il fondale è fangoso e con un po’ di retromarcia usciamo senza problemi. Decidiamo quindi di cambiare ormeggio e di proseguire ancora per un’oretta. Sfiliamo davanti la Naval Station Norfolk,  la più importante stazione navale della US Navy negli Stati Uniti e la più grande base aeronavale del mondo. Ci sono 3 portaerei e altre navi militari, sono imponenti. La macchina da guerra degli Stati Uniti lavora veramente a pieno ritmo, creando benessere materiale e consensi. Poi poco importa delle conseguenza in giro per il mondo…

Ci ormeggiamo davanti alla città di Norfolk, il panorama urbano è per noi inusuale e suggestivo, con grattacieli, palazzi e centri commerciali.

La marina che abbiamo scelto e prenotato per lasciare la nostra Lallona è all’interno di un fiume. Per arrivarci dobbiamo attraversare vari ponti. Dopo un attento check ci rendiamo conto che c’è un unico ponte che può darci dei problemi, L’High Rise bridge I-64, che ha un’arcata massima di 65 piedi di altezza mentre la nostra Lallona ne misura 62. Siamo al limite, e quindi chiamo l’operatore del ponte per sapere se possono aprirlo per noi. L’operatore tutto felice mi richiama dicendo che non ci sono problemi perché ha controllato con il manager del ponte e noi ci passiamo tranquillamente. Noi però tanto tranquilli non siamo, quindi Giuseppe la mattina seguente sale in testa d’albero per rigirare l’antenna del VHF e ridurre di mezzo metro l’altezza di Lallona. Inoltre decidiamo di passare il ponte con la bassa marea per guadagnare altri centimetri. Partiamo quindi verso le 12, dopo una colazione all’americana con Ellen e Andy, durante la quale rivediamo insieme tutti i ponti e la chiusa da passare.

I primi ponti sono emozionanti, vengono aperti solamente per noi che chiediamo l’accesso via radio. Poi arriva il tanto temuto High Rise I-64. Passat è di poco più basso di noi, quindi decide di passare per prima. Noi li guardiamo da lontano con il binocolo… sii ce la fanno tranquillamente.

È il nostro turno. Io vado a prua a controllare la situazione. Peppe si concentra per rimanere al centro dell’arcata. Ci avviciniamo al ponte, e la tensione sale. Poi vedo l’albero sotto l’arcata: ce l’abbiamo fatta, siamo passati!

Dopo l’High Rise I 64 tutto è in discesa. Anche la chiusa ormai è un gioco da ragazzi, e ci godiamo il panorama della campagna americana.

Arriviamo alla marina nel pomeriggio. Il dock master ci informa che la prima sera dobbiamo rimanere sul bordo del fiume, in attesa che ci venga allocato il nostro posto definitivo. Ma il posto è talmente piacevole, con una bella brezza e con il bosco alle nostre spalle, che decidiamo di rimanere fino al giorno della nostra partenza.

I giorni successivi passano nella preparazione dei bagagli e di Lallona: puliamo le vele, sgonfiamo Lallina, svuotiamo il frigo e la dispensa. Lasciamo molte cose in barca, in attesa di sapere quale sarà il destino della nostra Lallona.

Arriva il giorno della partenza, e spostiamo Lallona nel suo ormeggio definitivo. Appena finiamo l’ormeggio si scatena il putiferio: forte vento e pioggia, una piccola anteprima di come saranno l’autunno e l’inverno qui. C’è un’amarezza che aleggia in tutti noi, le bimbe le fanno le ultime coccole, la sistemiamo con cura e controlliamo bene gli ormeggi. Spegniamo le luci e chiudiamo il tambuccio.

Ciao Lallona, grazie mille per questo anno incredibile, pieno di bei ricordi e di emozioni indimenticabili!

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