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Ah Barbuda!

Navighiamo con il vento al traverso per trenta miglia, con un vento apparente tra i 15 e i 20 nodi ed una velocità di 8-9 nodi costanti. Gaia, il Lagoon 450F dei nostri amici Laurent e Mix con i loro bambini Aidan e Alister, rimane per tutto il viaggio a poca distanza davanti a noi. Cerchiamo di regolare le vele al meglio per cercare di superarlo, ma non c’è niente da fare, questa volta Peppe capitola.

Per quasi tutto il tragitto non si vede nulla all’orizzonte. Quando mancano 7 miglia iniziamo a vedere delle palme. Poi, subito dopo, una sottile striscia di terra.

È Barbuda.

Il colore delle acque è turchese, il riverbero del sole è accecante. Sembra di navigare all’interno di un’enorme piscina. Siamo entrati in una dimensione onirica. La spiaggia è una lunga distesa di sabbia infinita, sopra e sotto c’è l’azzurro del cielo e del mare.

Barbuda non ha rilievi e l’altitudine massima è di 44 metri. È quindi completamente piatta, e questo la rende surreale. Abbiamo poco più di 24 ore per visitare quest’isola, perché abbiamo già fatto le procedure di uscita che si possono fare solo ad Antigua. Un’assurdità, visto che tutte le barche che passano di qua sono dirette a Nord e non hanno voglia di tornare ad Antigua per fare le procedure di uscita.

Visto il poco tempo a nostra disposizione, il nostro amico Günter di Mon Reve ci organizza subito l’escursione per vedere la colonia di fregate, o Bird Sanctuary, con una guida locale, George. La mattina seguente George ci aspetta in spiaggia, proprio davanti a dove è ormeggiata Lallona. Mi servono 5 minuti per innamorarmi di questo personaggio, un grosso sessantenne dalla barbetta bianca, gli occhi dolci ed il fare un pò impacciato. È discreto e gentile e subito senza troppi convenevoli partiamo con la sua lancia nella laguna, separata dal mare da una stretta striscia di sabbia.

George ci racconta la storia dell’isola: Barbuda è stata ceduta dallo stato britannico ad una famiglia, i Condrington, in cambio di una mucca l’anno, che con ogni probabilità non fu mai recapitata dall’altra parte dell’oceano. La gente di Barbuda fu “importata” originariamente dal Ghana, Nigeria e Gambia come schiavi. Ma l’isola fu usata soprattutto per allevare bestiame e radici e come riserva di caccia per la famiglia Codrington. Di conseguenza i Barbudiani non furono mai controllati da vicino e svilupparono uno spirito indipendente e caparbio, che mantengono tutt’ora.

La terra a Barbuda è proprietà comunale e non c’è proprietà privata. Con l’indipendenza l’Inghilterra ha costretto Barbuda ad unirsi ad Antigua, ed ora l’isola soffre per le decisioni “ingiuste” di Antigua. La popolazione non vorrebbe dare via la terra ad investitori stranieri, mentre il governo centrale di Antigua vorrebbe vendere interi lotti per arricchire le sue casse. La lotta che i Barbudiani hanno per ora portato avanti contro la speculazione rende l’isola completamente intatta e priva dei grandi resort che abbiamo incontrato in tutte le altre isole caraibiche. Le spiagge sono meravigliose, rese ancora più belle dal loro aspetto selvaggio. Non so per quanto tempo ancora riusciranno a mantenere questi posti autentici ed intaccati. Mentre ci racconta tutto questo George si infervora e si arrabbia contro il potere centrale di Antigua. “Sono un uomo felice e sereno, con 7 figli miei ed uno adottato, ma la politica è l’unica cosa che mi affligge”, ci dice con aria seria.

Con la sua lancia arriviamo alla foresta di mangrovie, dove c’è il santuario delle fregate, secondo solamente a quello delle Galapagos. George ci spiega che l’uragano Irma (settembre 2017, categoria 5, 290 km/h) oltre ad aver distrutto il 95% delle abitazioni dell’isola, ha anche distrutto molte mangrovie. Per fortuna le fregate sono tornate comunque poco dopo l’uragano. Sopra le nostre teste svolazzano tantissimi uccelli, ed ancora di più riposano sui rami delle mangrovie, a pochi metri da noi. Immancabile naturalmente anche il forte odore di guano. Ci fermiamo davanti ad un piccolo cespuglio di mangrovie, dove ci sono una cinquantina di esemplari. I piccoli hanno ancora la testa bianca e le piume morbide, mentre i maschi adulti hanno il caratteristico panciotto rosso, che gonfiano per attirare le femmine.

Siamo finiti in un documentario: i piccoli pigolano ed aspettano che la mamma gli porti del cibo. Quando la mamma arriva con “la merenda”, il piccolo inserisce completamente la testa nel becco della madre, come se fosse un armadietto della dispensa, e lì inizia a cibarsi di pesce “regurgitato”.

Mentre guardiamo incantati le fregate George ci dice “negli anni sessanta i turisti sono iniziati ad arrivare per vedere questi uccelli. Per noi prima non avevano nessun valore, ma poi grazie alle persone che venivano solo per vederli ci siamo resi conto della loro importanza ed abbiamo iniziato a proteggerli ed a proteggere il loro ambiente. È quindi grazie a voi turisti se questi uccelli oggi sono ancora qui!” Le sue parle mi colpiscono molto perché testimoniano il lato “sano” del turismo, quello che crea valore, e l’intelligenza di questa semplice guida che tratta i turisti con rispetto e professionalità.

Dopo la visita alle fregate, George ci riaccompagna in spiaggia. Gli chiediamo se ha delle aragoste da darci, visto che i nostri amici il giorno prima ne hanno ricevute in regalo due per barca. Ci dice che non ne ha più ma in spiaggia trova il suo amico che ci rovescia per terra la sua sacca di aragoste. Con 20 euro ne prendiamo 6.

Non appena torniamo in barca decidiamo con i Marliniani ed i Gaiani di fare una piccola gita a sud dell’isola. Partiamo tutti a bordo del catamarano Gaia e dopo due ore di navigazione buttiamo l’ancora davanti ad una spiaggia ancora più bella di quella precedente. Sulla spiaggia c’è un tendone con ai lati una serie di tende più piccole. Si tratta di un punto vendita di un resort ancora da costruire. Dopo pochi minuti arriva un potenziale cliente in idrovolante che atterra a pochi metri da noi e si avvicina fino alla spiaggia. Noi ci armiamo di pinne, maschera e boccaglio e nuotiamo verso la riva. La barriera corallina non è molto entusiasmante, ma incontriamo comunque qualche tartaruga. La spiaggia è ancora più bella vista da terra. La sabbia è finissima, come farina. I bambini ci si rotolano sopra e poi si immergono in acqua. Ne abbiamo viste di spiagge da quando siamo in viaggio, ma questa ci lascia veramente senza parole. I colori dell’acqua del mare, la consistenza della sabbia, la vegetazione sui bordi della spiaggia, tutto è assolutamente perfetto.

Rimaniamo in spiaggia più del previsto, poi a malincuore lasciamo quel paradiso per tornare da Lallona, dove ci aspetta una cena di aragoste! Ottimo! Si! Peppe le ha lasciate in acqua dentro ad un sacchetto legato alla barca. Quando prendiamo il sacchetto le aragoste sono vivissime, e scattano da una parte all’altra. Il mio prode e valoroso capitano si rifiuta di ucciderle, in fondo (in fondo) anche lui ha un cuore d’oro. E quindi spetta a me l’ingrato compito. Mi è stato spiegato come fare: spezzare le antenne e poi gettare le aragoste nella pentola con l’acqua bollente, con il dorso verso di noi, per evitare che le bestie ci buttino acqua calda addosso con la loro coda. Certo, facile a dirsi, ma poi farlo è tutto un’altra cosa. Le povere aragoste si dimenano e per me cucinarle diventa un supplizio. Tra rimorsi e sensi di colpa finisco l’ingrato compito ed andiamo a tavola. Mi dispiace veramente per loro, ma sono deliziose.

Il giorno dopo dobbiamo ripartire. Barbuda ci ha regalato 24 ore veramente speciali. È un luogo fuori dal tempo, e spero che rimanga così ancora a lungo.

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