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Guadalupe e Antigua

Mentre scrivo sono in una baia bellissima a St. Barth, piena di tartarughe e razze. Le bambine stanno giocando sul catamarano dei nostri amici, mentre Giuseppe è andato a Gustavia, in paese, con tutti i capitani delle nostre barche amiche per prolungare il nostro soggiorno di un altro giorno. Ogni volta che cambiamo isola, infatti, dobbiamo fare le procedure di uscita da un’isola e di ingresso nell’isola successiva. Molte volte le isole sono veramente piccole, e quindi il tempo che passi in capitaneria e nell’ufficio immigrazione non è affatto trascurabile.

Sono quindi sola in barca, mi godo un po’ di tranquillità e condivido con voi il nostro viaggio dell’ultimo mese. Il tempo passa talmente veloce che fatico a stare dietro a tutto quello che facciamo. Scherzando con i nostri amici diciamo che siamo talmente occupati (a divertirci) che è difficile trovare il tempo per fare altro! 

Allora, il mio racconto è rimasto fermo a fine febbraio, proprio prima dell’arrivo dei nostri amici francesi, conosciuti a Berlino, Maelle e Amaury con le loro bimbe Marie-Lou e Heloise.

Li aspettiamo a Point-à-Pitre, e dopo una veloce sosta sull’Ile du Gosier, un piccolo isolotto a un miglio da Point à Pitre, proseguiamo con una bella veleggiata di bolina per Marie Galante, un’isola a sud della Guadalupe. Le isole francesi sono sempre affollatissime in quanto mete “economiche” dei turisti francesi (e non solo).

Marie Galante, Guadalupe

Ma non Marie Galante, che si presenta come un posto un po’ dimenticato dal tempo, in cui tutto scorre lentamente. La popolazione locale sembra avere un certo fastidio nel doverti vendere cose o servizi. 

 Non so se proprio per questo lento incedere, l’isola è molto autentica e conserva ancora un’aurea coloniale. Le piantagioni da canna da zucchero ricoprono la maggior parte dell’isola e lo zucchero ed il rum sono i principali prodotti della loro debole economia. Ancora oggi è possibile vedere alcuni coltivatori con i loro carretti trainati da buoi che raccolgono canna da zucchero a mano, con il machete, che la porteranno poi alle distillerie o alle fabbriche di zucchero dell’isola. Un tempo le canne da zucchero venivano poi macinate dai mulini a vento, per estrarne il succo che, una volta fermentato, sarebbe poi diventato Rhum. L’isola era infatti chiamata l’isola dai 100 mulini; ne rimane ancora qualcuno visitabile, ma la maggior parte è in rovina.  Le distillerie di Marie Galante erano talmente conosciute da meritarsi una licenza speciale per produrre il Ruhm a 59° anziché a 57°. Infatti ancora oggi il Rhum 59° è il Rhum agricolo distintivo dell’isola, prodotto esclusivamente a partire dalla canna da zucchero,  mentre il ruhm industriale viene prodotto con l’utilizzo della melassa . ne rimangono ancora tre in funzione e noi abbiamo visitato la “Distillerie Bellevue”, in cui è possibile camminare liberamente tra i vari fustoni con il succo di canna da zucchero in fermentazione. 

Dopo la distilleria abbiamo visitato anche una fabbrica di zucchero, in cui i cristalli di zucchero vengono estratti in 3 fasi diverse di lavorazione. Giuseppe si è fermato ai lati della strada per raccogliere una canna che, una volta pulita, abbiamo succhiato per assaporarne il delizioso succo. 

Le spiagge sono bianchissime e deserte mentre la barriera corallina è praticamente inesistente. 

Dopo qualche giorno armiamo Lallona con le vele a farfalla per la prima volta dal nostro arrivo ai Caraibi, e ci spostiamo sull’isola principale risalendo la costa ovest di Guadalupe. Questa è l’andatura che abbiamo tenuto per la maggior parte della traversata, e ritrovare quello stesso ritmo mi fa tornare alla mente le sensazioni provate durante la traversata.

Ci fermiamo nella riserva marina di Jacques Cousteau. Qui la costa non è molto interessante ma sott’acqua finalmente troviamo una bella barriera corallina. Ne approfittiamo per fare qualche immersione. Anche Sara e Sofia fanno il “battesimo dell’acqua” con una piccola immersione di 30 minuti con l’istruttore, che poi le definisce “deux crevettes”.

Dopo aver festeggiato il compleanno del nostro amico Alf in perfetto stile tedesco a bordo di Marlin, con salsicce alla brace e birra, riprendiamo il nostro cammino verso nord e ci fermiamo nel piccolo porto di Deshaies, dove salutiamo i nostri amici francesi. Nel frattempo Sara si è presa una piccola febbre e quindi io e lei rimaniamo in barca mentre Sofia e Giuseppe visitano il bellissimo giardino botanico.

Il 6 Marzo ripartiamo per Antigua e facciamo una bella veleggiata fino a Falmouth, dove ritroviamo altre barche di amici. Siamo ora in 5, noi unica barca a vela e 4 catamarani. Giuseppe si prende delle rivincite in navigazione, dato che riusciamo ad essere quasi sempre i più veloci. 

Falmouth è una vivace baia  piena di barche a vela e yacht di lusso ormeggiati. Appena arrivati ci viene detto che siamo tutti invitati alla festa in maschera, con il tema di Freddy Mercury, su Skat, un mega yacht lungo 70 metri con un layout che ricorda un incrociatore militare.  Improvvisiamo delle maschere, Peppe si veste come un improbabile Freddy Mercury meridionale, le due bimbe come due cinesine bionde ed io come il celebre gatto di Freddy da cui si è ispirato per la sua famosa canzone “Don’t stop me miao”. 

Tutti i nostri amici hanno rimediato maschere varie e ci ritroviamo nella marina in cui sono ormeggiati tutti i megayacht. L’inconfondibile ritmo dei Queen anima tutto l’affollato pontile, ovunque mi giri vedo Freddy Mercury, grasso, magro, biondo, nero.  Alcune piscine gonfiabili sono state riempite di birre e succhi di frutta e la gente può servirsi liberamente. Giuseppe viene subito attirato da un forte odore di carne alla brace e ci ritroviamo dopo pochi minuti con un bell’hamburger in mano. Con nostro rammarico la festa è sul pontile, e non a bordo di Skat. Ma la serata è comunque molto piacevole e particolare e, trascinati dai ragazzi, la finiamo con una passeggiata nei pontili ad osservare le barche. Rimaniamo ad ammirare questa concentrazione di megayacht per qualche tempo, cercando di indovinare le proporzioni impossibili e sognando gli interni immensi.

Il giorno seguente ripartiamo tutti insieme per Nonsuch Bay, una baia protetta dal reef a est di Antigua. La zona e’ molto selvaggia, con alcune piccole spiagge bianche ed una vegetazione più mediterranea che caraibica. Riusciamo ad ormeggiare tutti a pochi metri da una piccola spiaggia attrezzata con un tavolo bianco e delle panche bianche.

Passiamo in quest’isola una settimana, con la scuola dei bimbi la mattina, la spiaggia il pomeriggio e un aperitivo al calar del sole. Riusciamo anche a organizzare una serata cinema sul catamarano Gaia a vedere “Bohemian Rapsody”, ormai influenzati dalla serata a tema. Sul catamarano accanto al nostro tutti i bimbi si godono l’assenza di genitori e si vedono anche loro un film. 

Dopo una piacevole serata sulla spiaggia, con falo’, carne alla brace, stockbrot (bastoncini di legno attorno ai quali viene avvolta una pasta di pane) e marshmallows abbrustoliti, il nostro amico Günter decide di replicare, proponendoci un Chili con carne. Una mattina arriva con il suo kayak, fa il giro delle barche e distribuisce compiti per la serata. A me tocca preparare la pasta al forno per i bambini. L’appuntamento è per le 18.00 in spiaggia. 

Alle 17.30 però arriva un grosso tender con cinque –sei ragazzi, che si mettono al nostro tavolo e tirano fuori cose da mangiare. Ci sentiamo tutti via radio, la nostra serata è a rischio. Dalla spiaggia ci arrivano gli schiamazzi: sono Italiani! Ci decidiamo e partiamo tutti verso la spiaggia. Chiediamo ai ragazzi se possiamo dividere il tavolo con loro e ci ritroviamo a passare tutta la serata con l’equipaggio tutto italiano di una bellissima barca a vela, Ohana. Il capitano, Mattia, ci intrattiene con i suoi racconti di viaggio e le sue esperienze veliche. Durante la serata ci propone svariate volte di passare a trovarlo il giorno seguente. Noi non ce lo facciamo dire due volte e un esercito di tender si presenta davanti alla fiancata di questa immensa barca a vela di 50 metri. Mattia ci fa visitare la barca e passa con noi due ore a spiegarci tutto il suo funzionamento. Tutti noi, bambini ed adulti, siamo affascinati e facciamo foto a destra e sinistra. 

Mentre lo salutiamo Mattia ci informa che la barca parteciperà alla “St Barth Bucket regata”  che si tiene a St Barth il 21-25 Marzo con barche a vela oltre i 30 metri. Gli promettiamo che saremo lì a fare il tifo per Ohana. 

La settimana è ormai passata e molti sentono il bisogno di tornare in paese per spese o commissioni varie. Il gruppo si separa per qualche giorno, e noi rimaniamo ancora una notte a Green Island prima di raggiungere gli altri nuovamente a Jolly Harbor. La baia di Jolly Harbor è immensa, anche qui ci sono tantissime barche a vela ormeggiate e per andare in paese con il nostro dinghy impieghiamo circa 20 minuti. Le spiagge intorno alla baia sono molto belle e mentre noi facciamo la spesa le bambine si godono il mare con i loro amici tedeschi. Davanti a noi è ormeggiata A, la barca a vela più grande del mondo, disegnata da Philippe Stark e di proprietà di un miliardario russo. 

Decidiamo di fare una gita alla vicina baia “Deep bay” per vedere il relitto sommerso “Andes”, affondato nel 1905 mentre trasportava catrame. Il relitto, che riposa tranquillo sul fondo della baia, è molto suggestivo ed è stato nel tempo riconquistato dal mare, che lo ha lentamente ed inesorabilmente ricoperto di coralli e spugne. Tutti gli interstizi della nave sono ottimi nascondigli e qui infatti incontriamo pesci di tutti i tipi e di varia grandezza.

Marlin, Mon Reve e Ladiala decidono di proseguire subito per Barbuda mentre noi dobbiamo aspettare un pezzo di ricambio per la nostra elica di prua che si è rotta e quindi rimaniamo ancora un giorno a Jolly Harbor. Ma rimaniamo soli per poche ore, perché subito ci raggiunge Gaia che a sua volta era andata a ritirare un pezzo di ricambio nella vicina English Harbor. I capitani vanno in spiaggia con i bambini ed incontrano il famoso miliardario russo del Sailing Yacht A, circondato da guardie del corpo. Davanti a lui, in acqua, c’è una struttura gonfiabile che nessuno usa. Giuseppe prende coraggio e si avvicina ad una delle guardie per chiedere se i bambini possono utilizzarla. La guardia lo rimanda al miliardario e Giuseppe quindi ripete la domanda. La risposta che riceve, con un forte accento russo, è diventato ormai uno slogan che ci ripetiamo tutti tra di noi di tanto in tanto “Please better no”. 

Il giorno seguente ripartiamo con Gaia e raggiungiamo i nostri amici a Barbuda. 

Ah Barbuda. Barbuda. È così bella che è un peccato raccontarla alla fine di un post. Quindi la lascio per il prossimo post. 

Ah, Barbuda!
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