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… e poi ci sono i norvegesi!

L’avventura della ARC (Atlantic Rally for Cruisers) è terminata. Mercoledì scorso c’è stata la serata conclusiva, con la premiazione delle barche più veloci, delle più lente, di quelle che hanno pescato il pesce più grande e quello più piccolo, di quelli che hanno scelto il tragitto più corto, e quelli che hanno fatto invece quello più lungo, arrivando inspiegabilmente fino alle coste del Brasile. Ed infine sono stati premiati anche i numerosissimi bimbi a bordo, che con orgoglio sono saliti sul palco per ritirare il diploma che testimonia la loro prima traversata dell’Oceano Atlantico.

Quando ci siamo iscritti alla ARC mi aspettavo principalmente un aiuto tecnico, la sicurezza di essere seguiti da qualcuno da terra e la certezza che in mare a poche miglia ci sarebbe stata una barca pronta ad aiutarci, in caso di bisogno. Non mi immaginavo però tutte le amicizie, gli scambi, le esperienze ed i consigli che la ARC ci ha regalato. Siamo tutti simili, ognuno con i propri problemi e desideri. Con il lavoro lasciato a casa, con il progetto che piano piano ha preso forma. E, anche se ci conosciamo poco, c’è subito una sorta di confidenza, un sentirsi uniti.

È meraviglioso ascoltare le storie degli altri. C’è chi sogna questo progetto da tutta una vita, che ha venduto tutto quello che aveva in svizzera per girare il mondo per qualche anno. Quello che succederà poi, si vedrà. È il loro punto di svolta, il giro di boa della loro vita. Poi ci sono quelli che come noi hanno preso un anno di pausa per realizzare il loro progetto. I bambini fanno homeschooling, i genitori si godono i giorni sapendo che tra qualche tempo ritorneranno alla loro vita di sempre con in testa progetti per quando i bambini saranno grandi, per continuare ad esplorare il mondo e stupirsi delle sue incredibili meraviglie. Ci sono poi le coppie che non hanno figli, o che hanno figli grandi. Questa è la loro prova, per assaporare la vita in mare prima di decidersi a lasciare tutto e girare il mondo.  C’è chi invece la decisione l’ha già presa, e naviga per i sette mari mentre i figli studiano o lavorano, e vengono a trovarli quando riescono.

E poi ci sono i norvegesi. Per loro un anno in giro in barca a vela non dico che sia la normalità ma sicuramente qualcosa che capita spesso. Una norvegese mi diceva che tra velisti sono soliti raccontarsi di quando hanno realizzato il loro anno fuori. Più se ne parla e più gente ha voglia di farlo. Quando le ho fatto notare che noi italiani eravamo pochissimi e loro numerosissimi, lei mi ha chiesto come mai. 

Non ho avuto difficoltà ad ammettere che sicuramente sono più avvenurosi di noi, ma sono anche aiutati da un sistema sociale che gli permette di lasciare il lavoro per qualche tempo senza nessuna conseguenza lavorativa, sono anche in media più benestanti di noi ed hanno anche un clima più ostile, senza luce per molti mesi dell’anno. Noi Italiani godiamo invece di alcune bellissime coste, di moltissimi mesi di sole all’anno, ed è normale che ci sia un pizzico di pigrizia in più.

L’amichetta norvegese di Sara ad esempio se ne va in giro per il mondo per tre anni, sopra il sui bellissimo Baltic 56. Suo padre quando era bambino ha fatto il giro del mondo due volte in barca a vela, per un totale di sei anni. Ad aprile attraverseranno il Canale di Panama, con un gruppo di barche norvegesi, per arrivare nel Pacifico, visitare le Galapagos e partire per la traversata più lunga, 3000 miglia nautiche fino alle prime isole delle Tuamotu. 

Ascoltiamo, chiudiamo gli occhi e continuiamo a sognare (di nascere norvegesi).

Siamo un gruppo di privilegiati, ne sono consapevole. Ma apprezzo moltissimo la capacità di uscire fuori dalla propria zona di sicurezza, di mettersi in discussione per scoprire nuove cose e scoprirsi ancora di più. 

Dopo le feste conclusive della ARC, i brindisi e le cene, abbiamo lasciato Rodney Bay con un gruppo di barche e siamo andati a Marigot Bay, una insenatura ricoperta di mangrovie con una spiaggia,  un piccolo molo ed un bellissimo hotel che mette a disposizione la piscina e la struttura per chi utilizza la marina. Siamo rimasti lì qualche giorno, per cercare di scrollarci di dosso lo stress ed il nervosismo della traversata ed entrare in un nuovo spirito più rilassato.  E devo dire che piano piano ci stiamo riuscendo! Ma che fatica! 🙂

Lunedì scorso abbiamo salutato i nostri amici con la promessa di ritrovarci tra pochi giorni nelle Grenadine ed abbiamo passato una notte in una baia, Anse Cochon. Ci siamo immersi per fare un po’ di snorkeling e siamo rimasti ammaliati da quel mondo misterioso di coralli, di pesci e piccole creature marine. 

Ieri, con una bellissima veleggiata di bolina, siamo arrivati in Martinica. Durante la traversata di poche ore siamo stati accompagnati da moltissimi gabbiani che seguono le imbarcazioni per cercare di pescare i pesci volanti che vengono disturbati dall’incedere della barca. Dato che eravamo stati avvisati del rischio di avere tutta la barca piena di amabili ricordi dei gabbiani, Giuseppe ha tirato fuori il corno antinebbia ed appena i poveri gabbiani ci volavano sopravento, gli arrivava una bella strombazzata che li faceva sobbalzare e volare altrove! 

Veleggiare qui è un vero piacere. Il vento è sempre costante e le distanze sono brevi. Qualche ora di navigazione ed arrivi a destinazione. 

Arrivati in Martinica, ci siamo messi all’ ancora a St. Anne, sulla costa sud. In questi giorni, forse complici le feste natalizie ed i numerosi arrivi di amici e parenti,  il porto di Le Marin è completamente pieno e la baia di St. Anne è letteralmente tappezzata da una miriade di barche. 

Per fare la spesa e le formalità doganali abbiamo raggiunto il piccolo molo riservato ai tender facendo lo slalom tra le barche, tra le quali abbiamo anche intravisto alcune bandiere ARC. 

Aspettiamo oggi l’arrivo dei nostri amici per poi andare di nuovo a Sud. 

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